Articolo

2018.37.12 Procedimento di liquidazione degli onorari del difensore, ex art. 14 D.lgs n. 150/2011, alla luce della recente sentenza della Suprema Corte a sezioni unite n. 4485/2018

con riferimento a quanto in oggetto, di seguito si riportano i primi orientamenti emersi in seno al nostro Tribunale in merito alla nota sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ha inciso in modo rilevante sul procedimento di recupero del credito professionale.

In primo luogo, sono state evidenziate le numerose criticità che presenta il procedimento di cui all’art. 14 del decreto semplificazione riti (D.lgs 150/11),  interpretato in conformità ai principi di obbligatorietà ed esclusività del rito sommario collegiale, enunciati dalle predette Sezioni Unite, e, segnatamente, in via meramente esemplificativa: il rito si applica anche alle opposizioni a decreto ingiuntivo; la contestazione sull’an debeatur non fa venire meno l’applicabilità del rito; un’eventuale domanda riconvenzionale sembrerebbe incompatibile e si dovrebbe pertanto procedere, secondo l’impostazione della Corte, alla separazione dei giudizi, ex art. 702 ter, c.p.c., piuttosto che alla trasmigrazione al rito ordinario, come si è sempre fatto.

All’esito della discussione tra i magistrati, gli stessi hanno convenuto, in particolare, sui seguenti punti:

1) il rito non si applica ai giudici di pace per ragioni di incompatibilità ordinamentale all’esercizio di una funzione giurisdizionale collegiale, sebbene la Cassazione sembri affermare il contrario;

2) allo stato non sembra più possibile il ricorso al rito ordinario o al rito sommario monocratico per le cause aventi ad oggetto una domanda di condanna al pagamento del compenso per attività giudiziale civile;

3) l’art. 14 non prevede una competenza esclusiva (e infatti trova applicazione il foro del consumatore), ma si tratta di un rito “pervasivo”, che opera anche laddove si agisca in un altro foro, rispetto a quello in cui è maturato il compenso;

4) il rito vale solo per i compensi civili di natura giudiziale; laddove vengano chiesti congiuntamente sia compensi civili di natura giudiziale, sia compensi di altra natura (ad esempio penali o stragiudiziali non funzionalmente collegati ad un’attività giudiziale) sembrerebbe necessario separare i giudizi, a meno che non si voglia sfruttare il principio di connessione e di attrazione al collegiale (ma tale ultima soluzione, oltre che contraria all’art. 40 comma 3 c.p.c., si palesa foriera di ulteriori problematiche, atteso che solo per il rito sommario è prevista la difesa personale);

5) per valutare la tempestività dell’opposizione a decreto ingiuntivo eventualmente proposta con atto di citazione, anziché con ricorso, si dovrebbe avere riguardo al deposito dell’atto di citazione per l’iscrizione a ruolo, ma dovrebbe trovare applicazione il criterio previsto dall’art. 4 u.c. d.lgs. 150/11, secondo cui le decadenze devono essere accertate secondo le regole del rito con cui è stata instaurata la causa (con la conseguenza che l’opposizione si può ritenere tempestiva se è stato notificato l’atto di citazione nel termine di 40 giorni dalla notificazione del decreto, anche se poi si provvede alla trasformazione del rito);

6) per intuibili ragioni organizzative si ritiene adottabile un modello di trattazione monocratica delegata, con riserva al collegio della decisione (esattamente come già avviene per i procedimenti camerali della sezione famiglia);

7) anche in caso di opposizione a decreto ingiuntivo la trattazione (incluse le istanze para cautelari di cui agli artt. 648 e 649 c.p.c.) è monocratica, salvo la decisione finale, che rimane collegiale;

8) le cause instaurate con rito ordinario o con rito sommario monocratico vanno rimesse, previa trasformazione del rito, al Presidente della sezione per la designazione del giudice relatore; il mutamento del rito e la rimessione al Presidente di Sezione, tuttavia, vanno disposti entro la prima udienza, come previsto dal citato art. 4; altrimenti non è più possibile operare il rilievo, salvo ovviamente sia presente ab origine un’eccezione di parte.