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L'Ordine forense scaligero al tempo del COVID-19 per il settore penale 18.05

Care Colleghe e cari Colleghi,

la lettera di un Collega penalista, rivolta al Consiglio dell’Ordine e alla Camera penale veronese – alla quale afferma di non essere iscritto –, ci dà l’occasione di riprendere il racconto del nostro operato negli ultimi due mesi e mezzo, con particolare riferimento a quanto fatto per il settore penale, anticipato in forma sintetica nella nostra lettera del 30 aprile 2020 prot. 4307/2020, qui visionabile.

Il Collega manifesta la sua “incredulità" di fronte all’“immobilismo” del Consiglio dell’Ordine nei confronti di quelle che vengono qualificate come "ingiustificabili misure" adottate dalla Presidente del Tribunale con il provvedimento dello scorso 2 maggio, qui visionabile, le quali impedirebbero "il 99% di ogni attività giudiziaria"; il Collega prosegue parlando di “serrata del Tribunale”, “che impedirà per cinque mesi” agli avvocati penalisti di lavorare “sola categoria a pagare un tributo ingiustificato e letale” e che resteranno “al palo silenti e rassegnati”, facendo propria la posizione di chi ha invitato “i Colleghi penalisti ad assumere una posizione di contrarietà al provvedimento presidenziale in oggetto”, e conclude confidando “in un intervento governativo che imponga l’immediata e prudente ripresa delle udienze, degli accessi e ogni incombente giudiziario”.

La posizione del Collega ricalca in larga parte, richiamandola espressamente, quella di contrarietà al provvedimento organizzativo della Presidente del Tribunale di Verona, espressa nel corso dell’assemblea della Camera penale veronese tenutasi lo scorso venerdì 8 maggio, e culminata con la richiesta che il Direttivo della Camera penale manifestasse detta contrarietà; richiesta che l’assemblea ha esaminato e respinto.

Ringraziamo il Collega per la sollecitazione, anche se non risulta chiaro dal suo dire se la sua posizione derivi da una scarsa attenzione per le informazioni fornite e, in particolare, dalla mancata lettura della nostra lettera del 30 aprile, da una frettolosa lettura del provvedimento organizzativo e dei testi normativi che lo sorreggono, oppure da un sempre vivo, pugnace e incondizionato spirito avversativo, rianimatosi dopo la stasi collettiva, mutato soltanto l’obiettivo: ora è la richiesta di totale riapertura del Tribunale per il diritto al lavoro, prima era la richiesta di totale chiusura del Tribunale per il diritto alla salute.

Escludiamo possano essere in gioco fini diversi; la buona fede si presume.

L’avvocatura è da sempre fiero baluardo dei diritti e delle libertà e per definizione aperta alla voce critica; per il resto, tutto è perfettibile, e solo chi non fa non sbaglia.

Tuttavia, a nome del Consiglio dell’Ordine, e per averlo vissuto in prima persona escludiamo categoricamente, senza timore di poter essere smentiti, sia che nei due mesi e mezzo trascorsi vi sia stato immobilismo da parte dell’Istituzione forense veronese, sia che, come qualcuno sostiene, l’attività giudiziaria del settore penale del Tribunale di Verona sia oggi di fatto ancora paralizzata.

Va precisato innanzitutto che il Consiglio dell’Ordine è l’organo operativo di una pubblica amministrazione - l’Ordine forense circondariale - che per definizione persegue interessi pubblici e, nello specifico, gli interessi individuati nell’art. 24 della legge professionale forense, garantendo, a livello locale, il rispetto dei principi dettati dalla legge stessa, nel quadro della specificità della funzione difensiva e in considerazione della primaria rilevanza giuridica e sociale dei diritti alla cui tutela essa è preposta, e delle regole deontologiche nel cui perimetro detta funzione si esplica. Il Consiglio dell’Ordine assicura altresì la tutela dell’utenza e degli interessi pubblici connessi all’esercizio della professione forense e al corretto svolgimento della funzione giurisdizionale.

Il Consiglio dell’Ordine e gli altri organi dell’Ordine circondariale perseguono detti interessi di natura pubblicistica, contemperandoli tra loro e con gli altri interessi coinvolti, nel rispetto dei principi che governano l’azione amministrativa e, in particolare, considerato il contesto emergenziale in cui ancora ci muoviamo, nel rispetto dei principi di precauzione, di prevenzione e di proporzionalità.

E’ infatti con la cd. fase due di una emergenza sanitaria di dimensioni planetarie, ancora in atto, che ci stiamo confrontando: una fase di transizione connotata da un’incertezza massima, perché nessuno può dire come andrà, neppure gli scienziati, e quindi tantomeno gli operatori della giustizia.

La sicurezza del confinamento deve dunque lasciare il posto ad una inedita – e proprio per questo improntata alla massima precauzione – convivenza forzata con il virus di tre collettività: quella degli avvocati e dei praticanti avvocati non solo veronesi (e noi veronesi siamo 3169, all’11 maggio 2020), quella del personale di magistratura, e quella del personale amministrativo degli Uffici giudiziari veronesi: la grande comunità degli operatori della giustizia veronese.

In questa impresa difficilissima ci siamo cimentati, senza risparmiarci mai, lavorando indefessamente ogni giorno nei due mesi e mezzo trascorsi dall’inizio di un’emergenza sanitaria del tutto imprevedibile, anche nella sua prossima evoluzione.

Nel primo periodo del maggior rischio di contagio, i Consiglieri penalisti dell’Ordine e i Componenti del Direttivo della Camera penale veronese hanno organizzato d’intesa con la Presidente del Tribunale e il Presidente della Sezione penale il rinvio delle udienze "filtro" fissate dal 4 al 31 marzo, impregiudicati i diritti di prima udienza; rinvio in quel momento non ancora previsto dalla legge, nonostante il grave pericolo insito nella presenza delle Colleghe e dei Colleghi in aula per udienze particolarmente affollate.

Il comma 6 del D.L. 17 marzo 2020 n. 18, quindi, ha previsto che, per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria, per il periodo compreso prima tra il 15 aprile e il 30 giugno, poi tra il 12 maggio e il 30 giugno 2020 e, infine, tra il 12 maggio e il 31 luglio 2020, i Capi degli Uffici giudiziari, sentiti – tra gli altri – l’Autorità sanitaria regionale e il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati territorialmente competente, adottano le misure organizzative, anche relative alla trattazione degli affari giudiziari, necessarie per consentire il rispetto delle indicazioni igienico-sanitarie fornite dal Ministero della salute, al fine di evitare assembramenti all’interno degli uffici giudiziari e contatti ravvicinati tra le persone; nel caso che ci occupa le misure sono adottate d’intesa con la Presidente della Corte d’Appello di Venezia e con il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello del nostro Distretto.

Pertanto, non hanno alcun fondamento considerazioni che, superando i confini distrettuali, richiamano prassi – provvedimenti organizzativi o protocolli – di Tribunali di altre Regioni.

Al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Verona è dunque attribuito dalla legislazione emergenziale un parere obbligatorio, non vincolante, sulle misure organizzative della Presidente del Tribunale riguardante l’attività giudiziaria, che la Presidente stessa ha richiesto, in forma di fattiva collaborazione, sin dalle prime battute della redazione del provvedimento recante le misure stesse, con un contatto assiduo e assai fattivo con il Consiglio, per il nostro tramite.

In una prima fase dei due mesi e mezzo di attività il Tribunale ha richiesto al Consiglio dell’Ordine e alla Camera penale veronese di redigere un protocollo per la partecipazione da remoto alle udienze penali indifferibili (udienze di convalida dell’arresto e successivo giudizio direttissimo), che valesse esclusivamente per l’emergenza in atto.

Come anticipato nella precedente lettera del 30 aprile, l’elaborazione è stata davvero molto complessa e ha impegnato strenuamente i Consiglieri penalisti e il Presidente della Camera Penale: da un lato, la tutela della salute di tutti i compartecipi del processo penale in una fase in cui il contagio stava dilagando, dall’altro, la tutela della funzione difensiva e del diritto di difesa dell’imputato non riuscivano a trovare, nella nostra prospettiva, composizione.

L’estensione, per il tramite di un protocollo, della disciplina da remoto a soggetti e a fattispecie diverse da quella previste dalla legge, oltre a difficoltà di natura tecnica legate all’accesso alla rete da soggetti diversi da quelli dell’Amministrazione della giustizia, e la prospettiva, per il difensore che avesse voluto partecipare all’udienza nel medesimo luogo ove si trovava l’arrestato, di doverne condividere la postazione, in un momento di particolare virulenza dell’epidemia, hanno rappresentato questioni sulle quali l’avvocatura non ha mai inteso soprassedere.

Il 16 aprile 2020, inoltre, il Garante della Protezione dei Dati Personali ha diramato un comunicato con il quale ha avviato un’interlocuzione informale con il Ministero della Giustizia sull’utilizzo degli applicativi telematici per la celebrazione delle udienze da remoto; ritenendo, di concerto con il Presidente della Camera penale veronese, di non poter mettere a rischio la responsabilità dell’Ordine forense e dei Colleghi senza aver consultato un esperto in questa complessa materia, con nota del 22 aprile 2020, abbiamo chiesto un parere al Responsabile per la Protezione dei Dati Personali (DPO) dell’Ordine.

Il quesito formulato riguardava la possibilità, in relazione alla normativa in materia di tutela della privacy, di sottoscrivere protocolli con gli Uffici giudiziari per la celebrazione delle udienze da remoto con le piattaforme e gli applicativi telematici individuate dalla DGSIA del Ministero della Giustizia, che contemplassero l’utilizzo di detti applicativi anche con modalità ulteriori rispetto a quelle previste dalla legge; il parere del DPO ha suffragato  la nostra intuizione, confermandoci nella decisione di proseguire nella eventuale elaborazione di protocolli, solo a condizione che fossero attuativi esclusivamente delle disposizioni normative emergenziali. Il maxiemendamento della legge di conversione del D.L. n. 18/2020 era ormai alle porte, e si è quindi deciso, a fronte delle sopradescritte, irrisolte problematiche, di soprassedere.   

Il 20 aprile 2020 si è dunque aperta la seconda fase dell’impegno del Consiglio dell’Ordine per il settore penale, che - nelle persone di alcuni Consiglieri penalisti, da noi coadiuvati, e dello stimato Collega che riveste il ruolo di Presidente della Camera penale veronese - ha designato la componente dell’avvocatura penalista nell’ambito della Commissione congiunta tra avvocatura e magistratura, istituita dalla Presidente del Tribunale per ottenere la nostra collaborazione nel non facile compito di fissare le misure organizzative della cd. fase due dell’emergenza sanitaria; e ciò, nonostante avessimo comunicato, lealmente, che non potevamo condividere misure organizzative che includessero la celebrazione delle udienze da remoto nel settore penale.

Con il nostro personale supporto, i Colleghi penalisti hanno operato nella Commissione congiunta cercando, con il massimo impegno, di formulare una proposta ragionevole, e soprattutto accettabile nella situazione data, per la cd. fase due - sulla scorta anche di quella che è stata la positiva esperienza della sostituzione nelle udienze "filtro" - che tenesse conto dei molteplici aspetti problematici che il contesto specifico in cui ci muoviamo presenta; certo le nostre richieste non sono state accolte integralmente, ma è stato ottenuto il massimo che fosse possibile ottenere in concreto, non avendo neppure preso in considerazione la trattazione da remoto, che poi è stata disciplinata dal provvedimento nei limiti della normativa vigente.

Per il resto, il provvedimento organizzativo della Presidente del Tribunale attua la legislazione emergenziale in vigore – che si può anche non condividere e criticare aspramente, ma tant’è, si tratta di atti normativi dello Stato, prodotti da quello stesso Governo il cui, invero improbabile, intervento salvifico il Collega, che ci accusa di immobilismo, ora invoca affinché “imponga l’immediata e prudente ripresa delle udienze, degli accessi e di ogni incombente giudiziario” – e consente di celebrare molte udienze in presenza, come dimostrano i primi giorni della sua applicazione. Il potere di limitare le udienze da trattare, esteso dalla legge sino al 31 luglio 2020, è stato infine contenuto sino al 30 giugno; successivamente l’attività giudiziaria sarà sottoposta ai soli vincoli di natura sanitaria.

Va tenuto ben presente che molte delle attività possibili in questo periodo sono riconnesse, dal provvedimento stesso, ad un atto di impulso dei singoli difensori; in un momento non ancora scevro di rischi e di difficoltà, a ciascun difensore è stata attribuita la scelta di trattare il proprio processo oppure di vederlo rinviato.

Insomma, si sta ripartendo, con le cautele necessarie, tenendo in considerazione le prospettive dell’intero comparto della giustizia, in grave e notoria difficoltà, quanto a inadeguatezza delle strutture e delle infrastrutture e a scopertura delle piante organiche, da ben prima dell’imperversare del COVID-19; ed è evidente che la ripresa dipende anche dalla presenza – giocoforza limitata dalle misure di distanziamento personale - negli uffici del personale amministrativo, in questo momento ancora parzialmente in smart working a norma dell’art. 87 del DL 18/2020. L’incertezza rispetto all’andamento dell’epidemia tuttora in atto, come pure la prospettata pubblicazione di linee guida del CSM volte ad armonizzare i provvedimenti per la ripresa adottati dai Capi degli Uffici giudiziari, completano il quadro di una situazione in costante evoluzione nel breve periodo, rispetto alla quale il Consiglio proseguirà la propria costante opera di monitoraggio e di interlocuzione.

Il Consiglio dell’Ordine ha in definitiva esercitato e continuerà ad esercitare le proprie competenze istituzionali cercando di portare, con il massimo rispetto per tutte le componenti della grande comunità degli operatori della giustizia veronese e con il massimo impegno, il proprio contributo in modo leale, franco e costruttivo

Certamente, ognuno è libero di protestare, e anche di protestare senza sapere o di protestare perché altri protestano; non possiamo accettare però che vengano mossi rilievi all’operato del Consiglio e dei Colleghi che hanno operato in questo periodo difficilissimo per l’Istituzione forense, sulla base di scarsa attenzione, senza sapere e forse senza nemmeno aver letto, o ancor peggio senza aver voluto capire; con il possibile risultato che, paradossalmente, l’iniziativa avversativa di pochi rischia di mettere a repentaglio l’enorme lavoro fatto nell’interesse di tutti, nell’interesse al funzionamento – compatibilmente con il perdurante assetto emergenziale - del sistema della giustizia e della giurisdizione a Verona.

L’avvocatura istituzionale che noi incarniamo – e che pur si muove in una situazione di risalente, atavica difficoltà, che riguarda il nostro Paese e il settore della giustizia in particolare – vuole essere una protagonista responsabile del sistema scaligero della giustizia e, dunque, propositiva e collaborativa, non una anacronistica e disfattista antagonista dell’una o dell’altra componente del sistema stesso. 

Il comma 6 dell’art. 83 del DL n. 18/2020 prevede che i provvedimenti organizzativi siano adottati “sentito il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati”; detta norma può trovare applicazione semplicemente con l’invio di copia del provvedimento già redatto ai Consigli dell’Ordine dai Capi degli Uffici giudiziari, per le eventuali osservazioni, come in molti casi è avvenuto. Il nostro Consiglio, al contrario, è stato richiesto di partecipare ad una Commissione consultiva composta da avvocati e magistrati e ha avuto la possibilità di incidere nella stessa formazione del provvedimento.

Questo quindi è quello che il nostro ruolo ci ha consentito di fare, riuscendo a portare all’interno della Commissione consultiva l’anima istituzionale e quella associativa dell’avvocatura penalista; se e quando questa nostra capacità di incidere sarà andata perduta, allora forse non ci rimarrà che protestare.

Proprio per questo, lasciateci dire che, in un momento nel quale l’avvocatura dovrebbe essere - più di sempre - dignitosa e coesa, rimaniamo sorpresi di fronte ad una posizione di contrarietà e finanche ad un invito alla protesta che, sebbene non ci turbi, non ha alcuna ragion d’essere, almeno stando agli argomenti utilizzati.

Concludiamo questa nostra lettera con le parole che chiudono la nostra lettera del 30 aprile, che evidentemente qualcuno non ha letto.

Questo e molto altro abbiamo vissuto nelle stanze, virtuali e non, del Consiglio e della “cittadella” veronese della giustizia, mentre fuori infuriava una tempesta senza precedenti; abbiamo voluto parlarvene, anche per condividere il profondo senso di comunità che ci anima e ci guida, che rende lieve ogni fatica e ci fa ben sperare nel futuro.

In acque agitate ora dobbiamo navigare tutti insieme e nella stessa direzione, fiduciosi nelle nostre capacità personali e collettive, consapevoli di poter superare ogni difficoltà, uscendone anche migliorati!

A presto rivederci, per stare insieme, per stare di nuovo bene!

Il Vice Presidente                                                                       La Presidente

Davide Adami                                                                          Barbara Bissoli