Verbale riunione 15 ottobre 2004

23 Ottobre 2004 News

Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Verona ___ COMMISSIONE DEONTOLOGIA _______
La Commissione nominata dal Consiglio e composta dai Signori Avv. Sergio Mancini (**) Avv. Dario Donella (**) Avv. Luigi Pasetto (**) Avv. Laura Pernigo (**) Avv. Paolo Maruzzo Avv. Lamberto Lambertini Avv. Adriano Vianini Avv. Donatella Gobbi (*) Avv. Emanuela Pasetto (*) Avv. Amedeo Bufi Avv. Mauro Regis (**) Avv. Maurizio Tolentinati (**) Avv. Alessandro Rigoli (*) Avv. Paolo Bogoni Avv. Luca Venturini (*) Avv. Franco Vinci (*) Avv. Alessandro Chiamenti (*) Avv. Federico Peres (**) Avv. Maria S. Bonanno (*) Avv. Paolo Pezzo (**) Avv. Barbara Bissoli Avv. Michele Tommasi (*) Dott. Gianandrea Bottaro Dott. Sara Capucci Dott. Sara Uboldi Avv. Giannantonio Danieli, Coordinatore (*) [ (*): presente; (**): assente giustificato ] su convocazione del Consigliere Coordinatore, comunicata al Presidente dell’Ordine Avv. Aldo Bulgarelli (**), si è riunita oggi 15 ottobre 2004 alle ore 11,30 presso la sede del Consiglio in Verona, Piazza dei Signori, 13 col seguente O.D.G.: 1. definizione questione interpretativa art.22 II° CDF; 2. principi deontologici enunciati nella circolare 26.4.2004; 3. risposte a richieste di pareri degli Iscritti; 4. varie ed eventuali. Il Coordinatore dichiara aperta la seduta. Viene preliminarmente sottoposta all’attenzione della Commissione la richiesta parere di un Collega in merito all’art.28 c.d.f. ed in particolare sulle divergenti interpretazioni secondo cui il divieto di produrre in causa la corrispondenza scambiata con il Collega debba intendersi limitata alle lettere ricevute oppure si estenda anche alle proprie missive espressamente qualificate come riservate o comunque contenenti proposte di carattere transattivo. Dopo ampia ed approfondita discussione, la maggioranza degli intervenuti ritiene che alla norma debba attribuirsi la più vasta portata per diverse ragioni: in primo luogo in considerazione del tenore testuale dell’art. 28, che non distingue fra corrispondenza propria e altrui, ponendosi a tutela finale degli interessi degli assistiti con l’immediatamente garantire la riservatezza e la correttezza del rapporto fra professionisti; riservatezza e correttezza che, a loro volta, sono direttamente finalizzate a salvaguardare la sicurezza e l’affidabilità dell’intero rapporto stragiudiziale. La Commissione rileva in secondo luogo come la produzione o riferimento in giudizio di una pregressa propria lettera riservata, dovendo, all’evidenza giovare alla difesa mittente, arreca pregiudizio al destinatario ed al corretto svolgimento del processo, in particolar modo laddove sia volta ad evidenziare circostanze fattuali divergenti da quelle già comprovate in corso di causa, ed idonee a pesare sull’istruttoria o, comunque, sul convincimento del Giudice: e ciò contro la legittima aspettativa del Collega destinatario di detta lettera riservata, che questa non sarebbe entrata nel giudizio, ed a scapito delle sue facoltà difensive sin lì svolte sui presupposti tale legittima aspettativa e dell’improducibilità da parte sua. Come evidenziato dalla discussione (taluni Commissari hanno ritenuto riconducibile solamente a questi casi – art. 28, can. I e II – la liceità della produzione di proprie lettere riservate) deve restare naturalmente esclusa dal divieto la corrispondenza che assicuri l’adempimento di obbligazioni assunte in ottemperanza di un accordo con il collega o di una prestazione richiesta dalla controparte e quella che costituisca documentazione di un accordo raggiunto.
Ritiene la Commissione che debbano ritenersi escluse dal divieto anche le lettere comunque contenenti richieste di adempimento o comunque attività esclusivamente difensiva, anche antecedente al radicamento della causa. Rimarca, infine, come la revoca del vincolo di confidenzialità da parte dello stesso avvocato autore della missiva potrebbe porsi in conflitto con i principi di correttezza e lealtà che devono ispirare i rapporti fra colleghi. Su quest’ultimo punto alcuni Commissari esprimono la propria perplessità, in considerazione del principio di autonomia e del dovere di difesa, nonché della ritenuta disponibilità e, quindi, della revocabilità delle proposte di parte. La Commissione rileva un generale abuso da parte della categoria della qualificazione di “riservata personale” alla corrispondenza fra colleghi e raccomanda di riservare detta indicazione ai casi di effettiva pertinenza ed opportunità; osserva che nei casi di evidente uso non pertinente detta dicitura può aversi per non apposta. La Commissione osserva che il rispetto e la rigida applicazione dei canoni deontologici tutti ed in particolare di quelli a tutela della correttezza nei rapporti professionali fra colleghi, garantisce il migliore svolgimento dell’attività professionale con intuibili effetti sull’andamento processuale e sull’attività stragiudiziale. Occorre promuovere anche sotto questo profilo l’efficienza e la solidarietà professionale per rendere la categoria il più possibile competitiva nei confronti di altri professionisti e imprese che svolgono, di fatto, attività di consulenza legale e talvolta anche di assistenza giudiziale (si pensi, ad esempio, al processo tributario ed alla predisposizione degli atti relativi a separazioni e divorzi non contenziosi). Si procede quindi all’esame degli argomenti indicati all’o.d.g.: – Sulla definizione della questione interpretativa dell’art.22 CDF: nell’assenza dell’Avv. Tolentinati, autore della relazione predisposta a seguito di una scorsa riunione, il segretario Avv. Bonanno ne sintetizza le conclusioni, integrandole con altre risultanze delle scorse riunioni da lei raccolte. A seguito di discussione, la Commissione ritiene e ribadisce che: * l’art.22 CDF, riferendosi ad azioni da promuovere nei confronti di Colleghi, non deve leggersi quale mera ripetizione, attuativa sotto il profilo deontologico, della più limitata norma dell’art.14 lett.f) LP, stante la riconosciuta natura di normativa giuridicamente vincolante del CDF (cfr sentenza SU Cass. n.8225/2002); * in conformità anche all’orientamento europeo (CDE 1988/2002 art.5.9.) il potere conciliativo del Consiglio può essere esercitato anche al di fuori dell’ipotesi di espressa richiesta dell’iscritto ed in tutte le ipotesi di controversie insorte o insorgende nei confronti di avvocati; nell’ambito delle controversie fra professionisti ed i loro clienti il potere conciliativo non può ritenersi limitato alle sole controversie inerenti l’esercizio professionale; detta differenziazione è rilevabile dal confronto e dalla integrazione fra il testo della legge professionale, che contiene la limitazione dell’intervento del Consiglio a cause connesse con l’esercizio professionale, e quella dell’art.22 CDF che si riferisce invece solo ai rapporti fra colleghi, senza limitazioni oggettive di sorta. * come opportunamente evidenziato dal Collega Tolentinati nella sua relazione, oltre alle ipotesi espressamente escluse dall’obbligo di preventiva comunicazione (ipotesi di urgenza e/o riservatezza, casi nei quali la comunicazione deve esser fatta successivamente), debbono altresì ritenersi escluse le fattispecie in cui la vertenza non sia neppure in astratto conciliabile come nei casi di diritti indisponibili (es. disconoscimento di paternità); si è rilevato inoltre il caso della tutela giudiziale contro diverse posizioni passive, fra le quali sia coinvolto anche un avvocato privo di facoltà dispositiva. In queste ipotesi residuali l’esperimento della comunicazione ex art.22 si porrebbe come del tutto inutile (l’intervento conciliativo del Consiglio non avrebbe significato). La Commissione ritiene tuttavia che in tutte le altre ipotesi meno determinate od incerte, l’Avvocato sarà comunque tenuto alla comunicazione ex art.22, salva poi la valutazione da parte del Consiglio dell’Ordine della concreta opportunità di procedere al tentativo di conciliazione. Raccomanda quindi ai Colleghi la scrupolosa ottemperanza all’obbligo di informativa, nel rispetto del dovere di difesa. Sui principi deontologici enunciati nella circolare 26.4.2004: il Consigliere Coordinatore da atto di avere già riferito in occasione della scorsa riunione. Su richiesta di uno dei Comissari viene esposto e discusso il caso astratto dell’Avvocato che nomini componente di un Collegio Arbitrale il proprio Collega di studio. La Commissione ritiene di dover distinguere: nel caso dei Colleghi in associazione professionale, l’interesse, anche patrimoniale, nella vertenza oggetto di arbitrato è palese e lesivo del generale dovere di indipendenza di cui all’art 10 da una parte e di quello specifico di imparzialità di cui all’art.55, dall’altra; con riferimento poi all’ipotesi di nomina ad Arbitro del Collega con cui l’avvocato divida solo le spese ed i locali dello studio, dopo breve discussione la Commissione ritiene di la necessità di una rigorosa osservanza dell’art. 55 can.I, raccomandando ai Colleghi di mantenersi il più possibile imparziali ed indipendenti da ogni condizionamento personale nell’accettazione e nello svolgimento della funzione arbitrale, quale quello della relazione di familiarità e co-domiciliazione con il difensore di una parte. Fermo l’obbligo, in quest’ultimo caso, d’informare con trasparenza e chiarezza le parti di ogni circostanza e di ogni particolare rapporto con i difensori che possano incidere sulla sua autonomia, onde porre le parti stesse nelle condizioni di poter valutare se concedergli o meno il consenso all’espletamento dell’incarico (art. 55, can. II). Esaurito l’ordine del giorno, e null’altro avendo a discutere, la seduta viene chiusa alle ore 13,15.
Il Segretario Avv. MARIA S. BONANNO
 
Il Consigliere Coordinatore 
 Avv. GIANNANTONIO DANIELI

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