Verbale riunione del 9 giugno 2006

12 Giugno 2006 News

Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Verona COMMISSIONE DEONTOLOGIA ________

Convocata dal Coordinatore, la Commissione si è riunita oggi 9 giugno 2006 alle ore 12 presso la sede del Consiglio dell’Ordine in Verona, Piazza dei Signori n. 13. Presenti: il Coordinatore Avv. Danieli, il Segretario Avv. Bonanno, e gli Avvocati Cristina Begal, Maurizio Tolentinati, Michele Tommasi. Assenti giustificati: il Presidente Aldo Bulgarelli, gli Avvocati Alessandro Rigoli, Luca Venturini, Paolo Bogoni, Emanuela Pasetto, Adriano Vianini, Franco Vinci. Ordine del giorno: Esame e studio delle modifiche al Codice Deontologico Forense – Delib. CNF 27.1.2006. Relazione Avv. Tolentinati sugli artt. da 20 a 22. La relazione viene esposta ed integrata dallo stesso Relatore come segue: ART. 20: La differenza rispetto al precedente articolo è minima e va rinvenuta nella sostituzione con la particella disgiuntiva “od” della precedente congiunzione “ed” in materia di divieto di uso di espressioni sconvenienti ed (ora, per l’appunto, od) offensive. Si tratta di evidentemente di una precisazione volta a chiarire, se mai ve ne fosse stato bisogno, che le espressioni censurabili disciplinarmente non sono solo quelle che presentino entrambi i caratteri di sconvenienza ed offensività, essendo sufficiente, per procedersi all’applicazione della sanzione disciplinare, che le espressioni utilizzate dall’avvocato presentino almeno una delle due connotazioni negative ora dette. * * * ART. 21 Qui le innovazioni sono decisamente più sostanziali. Il canone principale è rimasto sostanzialmente immutato essendovi state solo delle modifiche terminologiche (si noti che, per il CNF, l’attività di consulenza legale stragiudiziale resta sempre riservata agli esercenti la professione forense, ancorchè sul punto la Cassazione si sia in passato pronunciata in senso contrario: ad esempio, secondo Cassazione Civile Sez. Un. 12.7.2004 n. 12874 l’attività di consulenza legale stragiudiziale non sarebbe riservata agli esercenti la professione forense). Tale canone complementare si riferisce – ovviamente – non già a chi non sia iscritto all’albo (in quanto non assoggettabile a sanzione disciplinare), ma a chi invece, essendo iscritto all’albo, commetta le infrazioni disciplinari di cui ai successivi canoni complementari I e II, le quali pertanto si ricollegano al principio formulato nella regola generale di cui al canone qui in esame. Anche il nuovo primo canone complementare è nella sostanza identico alla prima parte del precedente, essendovi state solo delle modifiche di carattere formale. La parte finale del vecchio primo canone complementare è stata, nella nuova versione, trasformata ed articolata nel nuovo secondo canone complementare, che ritiene passibile di infrazione disciplinare non solo l’avvocato che abbia reso possibile direttamente o indirettamente l’attività irregolare da parte di altro collega (come era nella vecchia versione), ma anche l’avvocato che agevoli il collega esercente attività non consentita oppure che consenta che costui ne possa ricavare benefici economici, anche se limitatamente al periodo di eventuale sospensione dall’esercizio della professione. Si tratta evidentemente di un inasprimento, in senso estensivo, delle condotte disciplinarmente rilevanti volta a garantire ancor di più la qualità delle prestazioni professionali dell’avvocato e la serietà di chi le rende. Tuttavia mi sembra che tale estensione sia così ampia, da un punto di vista letterale, da poter riguardare chiunque, in qualsiasi modo, sia pure marginalmente, entri in contatto con soggetti esercenti abusivamente la professione (in fondo, anche l’avvocato che abbia sola notizia di forme di esercizio abusivo della professione, non segnalando il caso al competente Consiglio dell’Ordine o alla competente Procura della Repubblica, consente che il soggetto che lo pone in essere ne possa ricavare benefici economici, il che imporrebbe l’indiscriminata e generalizzata delazione, cosa sicuramente eccessiva). Starà alla giurisprudenza disciplinare trovare le corrette soluzioni di equilibrio per l’individuazione delle condotte disciplinarmente rilevanti. Dal tenore della norma novellata sembra comunque che l’attività di “favoreggiamento” vietata sia solo quella a beneficio di chi eserciti abusivamente l’attività di avvocato in modo professionale ed organizzato, e non meramente episodico ed occasionale. Il terzo canone complementare contiene una delle novità più rilevanti dell’art. 21, in quanto consente di utilizzare il titolo di professore solo al docente universitario di materie giuridiche. Fino ad oggi, invece, anche i docenti di scuola media superiore potevano utilizzare il titolo di professore, mentre, d’ora innanzi, ciò non potrà più avvenire, anche se tali docenti di istituti superiori esercitino l’insegnamento in materie giuridiche, non essendo essi professori universitari. In ogni caso dovrà essere specificata la qualifica, la materia di insegnamento e la facoltà. Quanto al quarto canone complementare, esso stabilisce che il praticante avvocato dovrà utilizzare esclusivamente tale titolo per esteso (escludendo pertanto la diffusa abbreviazione “p.avvocato” o simili). Qualora egli abbia ottenuto il patrocinio provvisorio, potrà definirsi esclusivamente “praticante avvocato abilitato al patrocinio”. * * * ART. 22 Il canone principale è rimasto immutato, anche nella forma. La portata del primo canone complementare è stata ristretta, nel senso che l’obbligo disciplinare di rispondere con sollecitudine alle richieste di informativa del collega è stato ristretto al solo caso di collaborazione tra colleghi (e quindi di attività congiuntamente svolta verso un medesimo obiettivo), con esclusione invece del caso – assai più frequente – di rapporti con il collega avversario, con riferimento al quale non è certo configurabile alcuna forma di collaborazione. Tale restrizione non sembra condivisibile visto che quella abrogata era una regola elementare e fondamentale, destinata a rendere più efficace ed effettiva la presenza del difensore e l’utilità del suo intervento, potendo egli contare su un proficuo contraddittorio con la controparte. Sarebbe stato più opportuno conservare il precedente precetto deontologico, magari introducendovi delle eccezioni e deroghe, come, ad esempio, per il caso in cui la mancata risposta al collega sia dipesa da prevalenti esigenze di carattere difensivo. Il secondo canone complementare presenta le novità più rilevanti dell’art. 22 in esame. Infatti, con esso, è stato eliminato l’obbligo di comunicazione al Consiglio dell’Ordine dell’iniziativa giudiziaria da promuovere nei confronti di un collega. L’obbligo è limitato ad una sola preventiva comunicazione per iscritto al collega (allo scopo di raggiungere una conciliazione privata, senza la mediazione del Consiglio dell’Ordine). Inoltre, tale obbligo sussiste solamente qualora si debba promuovere un giudizio per fatti attinenti alla professione (con esclusione quindi delle vicende private quali sfratti, separazioni, ecc). Ancora, nel caso in cui l’avviso ora detto al collega possa pregiudicare il diritto da tutelare, l’esenzione da tale avviso, nella nuova formulazione del secondo canone complementare, sembra essere assoluta, mentre invece, nella versione precedente, la comunicazione al Consiglio dell’Ordine, in caso di ragioni di urgenza o riservatezza, doveva comunque essere fatta, sia pure successivamente all’iniziativa giudiziaria assunta. Le innovazioni ora dette pongono delicati problemi di coordinamento con l’art. 14 lett. f) l.p. (RDL 27.11.1933 n. 1578), riguardante le funzioni conciliative dei Consigli dell’Ordine. Da un lato, la novella disciplinare si allinea all’art. 14 ora detto perché dà rilevanza alle sole contestazioni e vertenze attinenti all’esercizio della professione forense. Da un altro lato, le due norme (l. professionale e codice deontologico) sembrano operare su due piani differenti: la seconda si preoccupa soltanto di favorire, come detto, la conciliazione privata nelle liti in cui una parte sia l’avvocato, mentre ora le pur perduranti funzioni conciliative dei Consigli dell’Ordine sono completamente sganciate da qualsiasi prescrizione di ordine deontologico. Può inoltre aggiungersi, sul punto, che, anche se il II canone complementare qui in esame si riferisce genericamente a tutti i tipi di giudizi promuovibili nei confronti di un avvocato, in realtà sembra giusto escludere dalla portata del precetto deontologico quelle controversie “per fatti attinenti all’esercizio della professione” che non siano disponibili dall’avvocato interessato alla lite e dalla sua controparte, ad esempio perché nella lite sia coinvolto anche un Istituto Assicurativo. Infine, è sparito del tutto il primo periodo del vecchio secondo canone complementare, per cui deve ritenersi che non sussista più l’obbligo dell’avvocato, salvo particolari ragioni, di accettare il mandato ad agire nei confronti di un collega quando ritenga fondata la richiesta della parte o infondata la pretesa del collega stesso. Il terzo canone complementare dell’art. 22 qui in esame è rimasto del tutto immutato.

***
A questo punto, esaurita la relazione e le osservazioni della Commissione, da riformularsi unitariamente all’esito delle successive relazioni ed incontri di studio, la Commissione delibera di riconvocarsi per il 23.6.2006, ad ore 12, in questa stessa sede per la relazione successiva dell’Avv. Bogoni: artt. 23-24; null’altro avendo a discutere, la seduta viene tolta alle ore 12.50.

Il Segretario
Avv. MARIA S. BONANNO
 
Il Coordinatore Avv. GIANNANTONIO DANIELI

Cerca articoli sul sito